venerdì, 20 novembre 2009 - 20:21
di GIUSEPPE D'AVANZO
SI dice: il processo sia "breve" e se questa rapidità cancella i processi di Silvio Berlusconi sia benvenuta perché contro quel poveruomo, dopo che ha scelto la politica (1994), si è scatenato un "accanimento giudiziario" con centinaia di processi.
Al fondo della diciottesima legge ad personam, favorevole al capo del governo c'è soltanto uno schema comunicativo, fantasioso, perché privo di ogni connessione con la realtà. È indiscutibile che un giudizio debba avere una ragionevole durata per non diventare giustizia negata (per l'imputato innocente, per la vittima del reato). "Processo breve", però, è soltanto un'efficace formula di marketing politico-commerciale. Nulla di più. Per credere che dia davvero dinamismo ai dibattimenti, bisogna dimenticare che le nuove regole (durata di sei anni o morte del processo) sono un imbroglio, se non si migliorano prima codice, procedura, organizzazione giudiziaria. Sono una rovina per la credibilità del "sistema Italia", se definiscono "non gravi" i reati economici come la corruzione. Con il tempo, la ragione privatissima del disegno di legge è diventata limpida anche per i creduloni, e i corifei del sovrano ora ammettono in pubblico che la catastrofica riforma è stata pensata unicamente per liberare Berlusconi dai suoi personali grattacapi giudiziari. L'effrazione di ogni condizione generale e astratta della legge deve essere sostenuta - per conformare la mente del "pubblico" - da un secondo soundbite, quella formuletta breve e convincente che, come una filastrocca, deve essere recitata in tv, secondo gli esperti, al ritmo di 6,5 sillabe al secondo, in non più di 12/15 secondi. Diffusa, ripetuta e disseminata dai guardiani vespi e minzolini dei flussi di comunicazione, suona così: Silvio Berlusconi ha il diritto di proteggersi - sì, anche con una legge ad personam - perché ha dovuto subire centinaia di processi dopo la sua "discesa in campo", spia di un protagonismo abusivo e tutto politico della magistratura che indebolisce la democrazia italiana.
Bene, ma è vero che Berlusconi è stato "aggredito" dalle toghe soltanto dopo aver scelto la politica? E quanto è stato "aggredito"? Davvero lo è stato con "centinaia di processi" tutti conclusi con un nulla di fatto? Domande che meritano parole factual, se si vuole avere un'opinione corretta anche di questo argomento sbandierato da tempo e accettato senza riserve anche dalle menti più ammobiliate.
Il numero dei processi di Berlusconi è un mistero misericordioso se si ascolta il presidente del consiglio. Dice il Cavaliere: "In assoluto [sono] il maggior perseguitato dalla magistratura in tutte le epoche, in tutta la storia degli uomini in tutto il mondo. [Sono stato] sottoposto a 106 processi, tutti finiti con assoluzioni e due prescrizioni" (10 ottobre 2009). Nello stesso giorno, Marina Berlusconi ridimensiona l'iperbole paterna: "Mio padre tra processi e indagini è stato chiamato in causa 26 volte. Ma a suo carico non c'è una sola, dico una sola, condanna. E se, come si dice, bastano tre indizi per fare una prova, non le sembra che 26 accuse cadute nel nulla siano la prova provata di una persecuzione?" (Corriere, 10 ottobre). Qualche giorno dopo, Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, pompa il computo ancora più verso l'alto: "I processi contro Berlusconi sono 109" (Porta a porta, 15 ottobre). Lo rintuzza addirittura Bruno Vespa che avalla i numeri di Marina: "Non esageriamo, i processi sono 26".
Ventisei, centosei o centonove, e quante assoluzioni? In realtà, i processi affrontati dal Cavaliere come imputato sono sedici. Quattro sono ancora in corso: corruzione in atti giudiziari per l'affare Mills; istigazione alla corruzione di un paio di senatori (la procura di Roma ha chiesto l'archiviazione); fondi neri per i diritti tv Mediaset (in dibattimento a Milano); appropriazione indebita nell'affare Mediatrade (il pm si prepara a chiudere le indagini).
Nei dodici processi già conclusi, in soltanto tre casi le sentenze sono state di assoluzione. In un'occasione con formula piena per l'affare "Sme-Ariosto/1" (la corruzione dei giudici di Roma). Due volte con la formula dubitativa del comma 2 dell'art. 530 del Codice di procedura penale che assorbe la vecchia insufficienza di prove: i fondi neri "Medusa" e le tangenti alla Guardia di Finanza, dove il Cavaliere è stato condannato in primo grado per corruzione; dichiarato colpevole ma prescritto in appello grazie alle attenuanti generiche; assolto in Cassazione per "insufficienza probatoria". Riformato e depenalizzato il falso in bilancio dal governo Berlusconi, l'imputato Berlusconi viene assolto in due processi (All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2) perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato". Due amnistie estinguono il reato e cancellano la condanna inflittagli per falsa testimonianza (aveva truccato le date della sua iscrizione alla P2) e per falso in bilancio (i terreni di Macherio). Per cinque volte è salvo con le "attenuanti generiche" che (attenzione) si assegnano a chi è ritenuto responsabile del reato. Per di più le "attenuanti generiche" gli consentono di beneficiare, in tre casi, della prescrizione dimezzata che si era fabbricato come capo del governo: "All Iberian/1" (finanziamento illecito a Craxi); "caso Lentini"; "bilanci Fininvest 1988-'92"; "fondi neri nel consolidato Fininvest" (1500 miliardi); Mondadori (l'avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, "compra" il giudice Metta, entrambi sono condannati).
È vero, l'inventario annoia ma qualcosa ci racconta. Ci spiega che senza amnistie, riforme del codice (falso in bilancio) e della procedura (prescrizione) affatturate dal suo governo, Berlusconi sarebbe considerato un "delinquente abituale". Anche perché, se non avesse corrotto un testimone (David Mills, già condannato in appello, lo protegge dalla condanna in due processi), non avrebbe potuto godere delle "attenuanti generiche" che lo hanno reso "meritevole" della prescrizione che egli stesso, da presidente del consiglio, s'è riscritto e accorciato.
L'imbarazzante bilancio giudiziario non liquida un lamento che nella "narrativa" di Berlusconi è vitale: fino a quando nel 1994 non mi sono candidato al governo del Paese, la magistratura non mi ha indagato. Se non si lasciano deperire i fatti, anche questo ossessivo soundbite non è altro che l'alchimia di un mago, pubblicità. Berlusconi viene indagato per traffico di stupefacenti, undici anni prima della nascita di Forza Italia. Nel 1983 (l'accusa è archiviata). È condannato in appello (e amnistiato) per falsa testimonianza nel 1989, venti anni fa. Nel 1993 - un anno prima della sua prima candidatura al governo - la procura di Torino già indaga sul Milan e i pubblici ministeri di Milano sui bilanci di Publitalia. Al di là di queste date, è documentato dagli atti giudiziari che Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest finiscono nei guai non per un assillo "politico" dei pubblici ministeri, ma per le confessioni di un ufficiale corrotto del Nucleo regionale di polizia tributaria di Milano. Ammette che le "fiamme gialle" hanno intascato 230 milioni di lire per chiudere gli occhi nelle verifiche fiscali di Videotime (nel 1985), Mondadori (nel 1991), Mediolanum Vita (nel 1992), tutti controlli che precedono l'avventura politica dell'Egoarca. Accidentale è anche la scoperta dei fondi esteri della Fininvest. Vale la pena di ricordarlo. Uno dei prestanomi di Bettino Craxi, Giorgio Tradati, consegna a Di Pietro i tabulati del conto "Northern Holding". Li gestisce per conto di Craxi. Sul conto affluisce, senza alcun precauzione, il denaro che il gotha dell'imprenditoria nazionale versa al leader socialista.
C'è una sola eccezione. Un triplice versamento non ha nome e firma. Sono tre tranche da cinque miliardi di lire che un mittente, generoso e sconosciuto, invia nell'ottobre 1991 a Craxi. "Fu Bettino a annunciarmi l'arrivo di quel versamento", ricorda Tradati. Le rogatorie permettono di accertare che i miliardi, "appoggiati" su "Northern Holding", vengono dal conto "All Iberian" della Sbs di Lugano. Di chi è "All Iberian"? Per mesi, i pubblici ministeri pestano acqua nel mortaio fino a quando un giovane praticante dello studio Carnelutti, un prestigioso studio legale milanese, confessa al pool di avere fatto per anni da prestanome per conto della Fininvest in società create dall'avvocato londinese David Mackenzie Mills.
Così hanno inizio le rogne che ancora oggi Berlusconi deve grattarsi. Il caso, la fortuna, la sfortuna, fate voi. Tirando quell'esile filo, saltano fuori 64 società off-shore del "gruppo B di Fininvest very secret", create venti anni fa e alimentate prevalentemente con fondi provenienti dalla "Silvio Berlusconi Finanziaria". È in quell'arcipelago che si muovono le transazioni strategiche della Fininvest che, come documenterà la Kpmg, consentono a Berlusconi e al suo gruppo di "alterare le rappresentazioni di bilancio"; "esercitare un controllo con fiduciari in emittenti tv che le normative italiane estere non avrebbero permesso"; "detenere quote di partecipazione in società quotate senza informare la Consob e in società non quotate per interposta persona"; "erogare finanziamenti"; "effettuare pagamenti"; "intermediare tra società del gruppo l'acquisizione dei diritti televisivi"; "ricevere fondi da terzi per finanziare operazioni di Fininvest effettuate per conto di terzi". È il disvelamento non di un episodio illegale, ma di un metodo illegale di lavoro, dello schema imprenditoriale illecito che è a fondamento delle fortune di Silvio Berlusconi. Per dirla tutta, e con il senno di poi, sedici processi per venire a capo di quel grumo di illegalità oggi appaiono addirittura un numero modesto. Nel "group B very discreet della Fininvest" infatti si costituiscono fondi neri (quasi mille miliardi di lire). Transitano i 21 miliardi che rimunerano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi in Cct destinati alla corruzione del Parlamento che approva quella legge; la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (gli consegnano la Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. E c'è altro che ancora non sappiamo e non sapremo?
Tutti i processi che Berlusconi ha affrontato e deve ancora affrontare nascono per caso non per un deliberato proposito. Un finanziere che confessa, un giovane avvocato che si libera del peso che incupisce i suoi giorni consentono di mettere insieme indagine dopo indagine, ineluttabili per l'obbligatorietà dell'azione penale, una verità che il capo del governo non potrà mai ammettere: il suo successo è stato costruito con l'evasione fiscale, i bilanci truccati, la corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa. Per Berlusconi, la banalizzazione della sua storia giudiziaria, che egli traduce e confonde in
guerra alla (o della) magistratura, non è il conflitto della politica contro l'esercizio abusivo el potere giudiziario, ma il disperato e personale tentativo di cancellare per sempre le tracce del passato e di un metodo inconfessabile. Con quali tecniche Berlusconi ha combattuto, e ancora affronterà, questa contesa è un'altra storia.
Repubblica 20.11.2009
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berlusconi silvio
venerdì, 20 novembre 2009 - 00:41
ROMA - Salta e slitta di una settimana la riunione del consiglio di amministrazione della Rai per decidere le nuove nomine dei direttori, prevista per oggi. Manca ancora l'intesa sul pacchetto di nomine. E monta il malumore sulla probabile rimozione dell'attuale direttore di Raitre Paolo Ruffini, motivo di polemiche nei giorni scorsi. Intanto il direttore della Sipra ha rassegnato oggi le dimissioni, dopo i rumors che lo volevano già tagliato fuori.
Sul caso Ruffini si dice preoccupato Sergio Zavoli: "Sta facendosi sempre più inquietante la ragione dell'incertezza in cui viene lasciato un professionista che, lungi dall'essere premiato per i risultati conseguiti sul piano qualitativo e degli ascolti in sette anni di lavoro, sta vivendo un'esperienza a dir poco imbarazzante per l'assenza di una motivazione difendibile. Non è la mia una difesa d'ufficio - dice il presidente della Vigilanza - bensì la critica a un metodo che dovrebbe essere estraneo alla tradizione di un'azienda come la Rai".
A sorpresa, oggi sono arrivate le dimissioni dell'amministratore delegato di Sipra, Maurizio Braccialarghe, che lascia il cda della concessionaria della radiotv pubblica per andare a dirigere il centro di produzione Rai di Torino. In Rai Braccialarghe ha già ricoperto il ruolo di direttore della Divisione radiofonia (1999-2001) e di direttore Risorse Umane ed Organizzazione (2006-2007). In una nota, Braccialarghe esprime gratitudine a tutti i colleghi di Sipra che in questi anni lo hanno accompagnato e sostenuto.
"Con puntualità impressionante - commenta il consigliere d'amministrazione della Rai Nino Rizzo Nervo - si realizza ciò che avevo già preannunciato. Avevo detto che l'assalto finale alla dirigenza si sarebbe aperto con le dimissioni dell'amministratore delegato della Sipra e così è stato". "Presto - aggiunge - toccherà al direttore di Rai3 Paolo Ruffini. Poi sarà la volta di Corradino Mineo, di Giuliana del Bufalo e di Fabrizio Del Noce". Secondo Rizzo Nervo "ormai il disegno di distruzione dell'azienda per realizzare un totale controllo politico-industriale non si ferma davanti a nessuno. E purtroppo tutto sta accadendo nel silenzio e nell'indifferenza di chi avrebbe potuto tentare di opporsi".
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lunedì, 16 novembre 2009 - 17:46
di Valter Galbiati, La Repubblica
MILANO - Che la signora Teresa Macaluso e il premier Silvio Berlusconi abbiano i conti correnti presso la stessa banca non dovrebbe creare nessun problema. Ma se la banca si chiama Banca Arner, commissariata dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti su indicazione della Banca d'Italia di Mario Draghi per operazioni sospette di riciclaggio, e la signora risulti essere la moglie di Francesco Zummo, costruttore di Palermo, considerato dalla procura vicino alle cosche mafiose, le cose si fanno un po' più complicate.
Anche perché, come rivelato dalla puntata di Report trasmessa ieri, il premier ha depositato presso la sede milanese della piccola banca elvetica qualcosa come 60 milioni di euro, divisi tra un conto corrente personale (il numero uno della banca), sul quale giacciono circa 10 milioni, e conti riconducibili a società della sua famiglia, le holding Italiana Seconda, Quinta e Ottava, amministrate da Marina e Piersilvio Berlusconi, sui quali si trovano altri 50 milioni. La signora Macaluso, tuttavia, non è da meno perché da sola può vantare un deposito di ben 13 milioni. Quei soldi se fossero in Unicredit o in Banca Intesa, le due più grandi banche italiane con migliaia di sportelli, passerebbero inosservati, ma siccome si trovano presso la piccola Banca Arner, una sede a Lugano e tre filiali tra Milano, Nassau e Dubai, e rappresentano un quarto degli attivi della banca, destano un po' di scalpore. Anche perché Arner è stata da sempre il crocevia di alcune operazioni sospette riconducibili alla galassia Berlusconi e di recente è di nuovo piombata al centro delle cronache giudiziarie per l'arresto di Nicola Bravetti, amministratore e membro della direzione generale della banca, nonché dirigente dell'Organo di contatto per la lotta contro il riciclaggio di denaro dell'Ufficio di controllo del Dipartimento federale delle finanze elevetiche. Con lui, a maggio 2008, sono finiti ai domiciliari, gli imprenditori Francesco e Ignazio Zummo, padre e figlio, tutti con l'accusa di concorso in intestazione fittizia di beni, aggravato dall'aver agito al fine di favorire Cosa nostra: avrebbero consentito alla moglie di Francesco, Teresa Macaluso appunto, di intestarsi tra il 2003 e il 2005 la somma di circa 13 milioni provenienti secondo l'accusa dagli affari della mafia. Il tramite tra gli Zummo e Bravetti, sarebbe stato l'avvocato milanese Paolo Sciumè.
Come Berlusconi, tuttavia, ci sono anche altri nomi celebri ad aver rapporti fiduciari con la banca. Qui hanno i conti correnti Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum, la famiglia dell'avvocato Cesare Previti, condannato in via definitiva per i casi Imi-Sir e Lodo Mondadori e il fiscalista Salvatore Sciascia, un veterano di casa Fininvest. Qui vengono gestite due società anonime, la Centocinquantacinque e la Karsira Holding, che a cascata controllano due società amministrate dalla famiglia Acampora, quella dell'avvocato Giovanni Acampora condannato con Previti sempre per il Lodo Mondadori. E qui vengono gestiti i soldi della Flat Point, una immobiliare che sta costruendo ville ad Antigua e tra i cui acquirenti ci sarebbe anche Silvio Berlusconi. Report ieri ha parlato di un bonifico da 3,367 milioni del premier indirizzato proprio alla Flat Point.
La ragione del fitto intreccio tra Banca Arner e il mondo Fininvest sta nella storia stessa della banca. Uno dei fondatori della Arner, infatti, è un uomo di fiducia di Berlusconi, Paolo Del Bue, un romano trasferitosi in Svizzera, dove insieme con Nicola Bravetti, Giacomo Schraemli e Ivo Sciorilli Borelli ha dato vita a una fiduciaria che nel 1994 si è trasformata in Banca Arner. Non si sa se Del Bue, che ha lasciato la carica di amministratore nel 2005 è ancora tra i soci, ma era di certo in Arner quando, secondo la ricostruzione fornita agli inquirenti dall'ex presidente del Torino Gianmauro Borsano, la società panamense New Amsterdam, amministrata fiduciariamente da Arner, versò in nero 10 miliardi di lire al Torino per il passaggio del calciatore Gianluigi Lentini al Milan.
Ma l'importanza di Del Bue si capisce solo dalle carte del processo Mills, l'avvocato inglese condannato in appello per essersi fatto corrompere da Berlusconi per testimoniare il falso nei processi del premier. Nelle motivazioni della condanna il tribunale spiega che Mills si fece pagare per nascondere ai giudici italiani che le società offshore Century One e Universal One erano riconducibili non ai manager della Fininvest, ma "direttamente a Silvio Berlusconi". I conti esteri di quelle due società erano gestiti proprio da Del Bue, che da quei conti prelevava anche ingenti somme in contanti. In tre anni Del Bue ha trasformato in moneta sonante ben 100 miliardi di lire.
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sabato, 14 novembre 2009 - 17:40
AOSTA – “Nei primi dieci mesi del 2009 si è registrato un aumento delle perdite legate alla dipendenza da giochi e scommesse legalizzati del 44,6%. Rispetto allo stesso periodo precedente sono stati lasciati sul tavolo da gioco 812 mln in più.” La conferma arriva da uno studio presentato oggi a Saint - Vincent da Contribuenti.it che con Lo Sportello Antiusura monitora costantemente il fenomeno del gioco d’azzardo legalizzato, detto anche nell’antica Roma, la “tassa degli imbecilli”.
In Italia, nonostante il gioco d’azzardo sia una dipendenza ufficialmente riconosciuta dalle comunità psichiatriche, non viene percepita come tale dallo Stato, al pari di altre dipendenze quali la droga o l’alcol perché la tassa sui giochi serve a rimpinguare le casse del nostro bel Paese.
La “tassa degli imbecilli”, vera e propria tassazione legalizzata, inventata argutamente dagli imperatori romani, è divenuta negli ultimi anni lo strumento più semplice e veloce per far cassa ad ogni costo, depauperando inconsapevolmente i patrimoni dei contribuenti italiani.
Anche i minorenni partecipano alla tassazione: sono passati nell’ultimo anno da 860 mila unità a 1,8 milioni.
Per arginare tale fenomeno, Contribuenti.it chiede misure restrittive nei confronti del gioco legalizzato, pari a quella sul divieto delle sigarette nei luoghi pubblici, la diminuzione dell’offerta di lotterie, il divieto del gioco d’azzardo on line, nei bar e nelle tabaccherie, l’aumento della tassazione sulle vincite al fine di renderle meno appetibili.
“Lo scopo delle istituzioni è quello di educare i cittadini, proteggere la loro salute, mentale e fisica – afferma Vittorio Carlomagno, presidente di Contribuenti.it, Associazione Contribuenti Italiani – non di certo quello di indurli a giocare al poker o alle slot machines, depauperando il patrimonio che potrebbe essere impegnato per rilanciare l’economia”.
“Urge una regolamentazione immediata dei giochi legalizzati anche per rilanciare la ripresa economica che è in atto – conclude Carlomagno – Servono misure reali di sostegno ai consumi che vadano in un’unica direzione, come l’aumento delle tredicesime o la diminuzione dell’acconto sulle imposte. I risparmi degli italiani devono entrare in circolazione nel mercato attraverso canali legali e produttivi e non lasciare che le perdite al gioco diventino prima fonte di entrate nelle casse statali”.
Contribuenti.it – Associazione Contribuenti Italiani
http://www.contribuenti.it/news/view.asp?id=2969
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sabato, 14 novembre 2009 - 14:10
Lo Stato vuol governare le vite, senza eliminare i mali della modernità
di Massimo Fini
Porta a porta di martedì era dedicato all’argomento droga allargatosi poi anche all’uso e abuso di alcol. C’erano il sindaco di Roma Alemanno, quello di Firenze Renzi, il radicale Cappato, scienziati, esperti del settore. Dalla trasmissione saliva un forte lezzo di Stato totalitario. Tutti gli interventi infatti, sia che abbracciassero la linea della repressione dura sia quella della legalizzazione, erano intesi a "salvare" l’individuo da se stesso e dai suoi vizi. Ora, in uno Stato liberale il cittadino maggiorenne ha diritto, in linea di principio, a fare quel che vuole della sua vita. Anche distruggerla. Sia in un colpo solo, sia con quella sorta di suicidio differito cui porta spesso l’uso di determinate sostanze. La vita appartiene a lui e solo a lui.
Non era così nel Medioevo, società teocratica in cui si riteneva che la vita appartenesse a Dio e che quindi l’uomo non potesse disporne (e per questo il suicidio era punito: con ritorsioni sul cadavere e il patrimonio). Nello Stato etico, cioè totalitario, che è la derivazione laica di quello teocratico, si ritiene invece che la vita appartenga, appunto, allo Stato che ha quindi il diritto e il dovere di dettare le regole morali e comportamentali anche nella sfera privatissima dell’individuo che riguarda tutte le azioni che non invadono, non limitano, non danneggiano la libertà altrui.
La società occidentale, e in particolare quella italiana, pur dicendosi liberale, sta assumendo sempre più una fisionomia autoritaria. Con i più vari pretesti, in special modo, ma non solo, quello della salute. E’ proibito drogarsi, non si può più fumare, si può bere solo a determinate condizioni, non si può morire in santa pace (lo Stato, attraverso i medici, ha il dovere di "salvarti"), si può dar corso alle proprie inclinazioni sessuali ma solo di nascosto altrimenti si incorre nell’interdetto sociale ed è allo studio una legge per rendere reato la prostituzione (da strada, non quella da escort che è roba per i ricchi e i potenti i quali godono, com’è noto, di un diritto proprio). Ancora un passo e il Grande Fratello ci dirà cosa è lecito fare, e cosa no, in camera da letto con la propria sposa o compagna.
Premesso questo, a "Porta a porta" ho sentito, molte dotte disquisizioni, ma nessuno ha affrontato il problema delle cause, delle ragioni per cui è in vertiginoso aumento l’uso di droghe, di psicofarmaci che sono anch’essi delle droghe (negli Stati Uniti vi ricorrono 592 americani su mille), di alcol, con i loro correlati, e spesso precondizioni, che sono la depressione, la nevrosi, lo stress, per non parlare dei suicidi decuplicati in Europa rispetto alla società preindustriale. Sono tutte malattie della Modernità, il prodotto di un modello di sviluppo in cui l’individuo non può mai raggiungere uno stadio di equilibrio e di soddisfazione perché raggiunto un obiettivo ne deve inseguire immediatamente un altro, in ciò costretto dall’ineludibile meccanismo, produzione-consumo, che lo sovrasta, in un processo che non ha mai fine è che, com’è noto in psichiatria, è alla base di una perenne frustrazione. E bisogna essere efficienti, sempre più efficenti, sempre all’altezza. Nasce così l’ansia da prestazione, la paura di non farcela, di non reggere i vorticosi ritmi cui siamo sottoposti. Da qui il ricorso ad additivi chimici, come la coca; per migliorare le proprie performance, il passo è brevissimo. Oppure si rinuncia in partenza alla competizione e con l’eroina o l’alcol ci si rifugia in un mondo onirico separato da quello reale. Nella migliore delle ipotesi si cerca di placare l’ansia con la fagìa del consumo che è anch’esso una droga (il "soma" del "Mondo nuovo" di Huxley).
Se non si cambia modello di sviluppo il consumo delle droghe è destinato a crescere esponenzialmente e non ci saranno suorine di buona volontà che potranno arginarlo.
Il Gazzettino 13.11.2009
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sabato, 14 novembre 2009 - 10:02


Da' una versione di latino su Silvius Berlusconi, bufera su una prof di Trani. Lei si difende: ''Solo attualita'''
Trani, 13 nov. - Una versione di latino da tradurre con protagonista il Cavaliere. E' l'esercizio che una professoressa del liceo scientifico 'V. Vecchi' di Trani, in Puglia, ha proposto agli alunni della sua 3a C, come ha riferisce oggi 'il Giornale'. Un testo, scrive il quotidiano, riferito all'attualita', dal titolo 'Silvius Berlusconi apud iudices vocabitur', cioe' 'Silvio Berlusconi sara' chiamato davanti ai giudici'.
Non si fa attendere il dibattito sull'opportunita' di una simile 'traccia' . ''La versione di Latino contro Silvio Berlusconi e' un atto gravissimo. E' una vergogna che si usi la cattedra per fare propaganda politica e per dileggiare ed offendere il presidente del Consiglio'', afferma Gabriella Carlucci, vicepresidente della Commissione Bicamerale per l'Infanzia, annunciando che presentera' ''un'interrogazione al ministro Gelmini chiedendole di aprire immediatamente un'inchiesta sull'accaduto e di verificare se vi siano gli estremi per richiami ufficiali e sanzioni disciplinari''.
Ma lei, Angela Di Nanni, la docente del liceo che ha proosto la versione sul premier, si difende. "Sono amareggiata - spiega all'ADNKRONOS - perche' non e' stato capito il senso e non era mia intenzione offendere nessuno. Volevo solo proporre alla classe una notizia di attualita'". "Non ho mai menzionato Silvio Berlusconi - aggiunge - perche' la versione e' stata tagliata".
Sulla vicenda interviene anche Luciano Gigante, preside del liceo di Trani 'V.Vecchi'. "Mi sono documentato - spiega - e il brano proposto agli studenti non e' stato scritto dalla professoressa ma reperito in rete da un sito 'Ephemeris', che utilizza il latino come esperanto. La docente ha semplicemente pensato di incuriosire la classe con un brano di attualita'. E' una prova sul latino del XXI secolo".
Non e' la prima volta che nel liceo vengono proposte versioni in latino su temi di attualita'. "In precedenza - aggiunge il preside - in occasione della morte di Michael Jackson e' stata utilizzata una versione in latino su di lui. In ogni caso c'e' liberta' di insegnamento e, polemiche a parte, e' un modo per avvicinare i giovani alla lingua".
http://www.padovanews.it/index.php?option=com_content&task=view&id=62181&Itemid=101
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venerdì, 13 novembre 2009 - 16:37
SPOT
Un blog tutto da leggere (www.giorgiamecojoni.blogspot.com) ed un fumetto - La Ministronza, figlio della feroce genialità di Alessio Spataro - che sta facendo discutere.
Alcuni commenti di solidarietà a Giorgia Meloni, a garanzia dell'estrema qualità della satira offerta:
"Mi chiedo se la sinistra sia pronta ad indignarsi"
(Maurizio Gasparri)
"Spatolaro, o qualcosa del genere, che non ho mai avuto il piacere di conoscere, dà il meglio di se, immagino, tra cacche, mosche e parolacce. Più che un fumetto mi è sembrato uno specchio"
(Ignazio La Russa)
"Un fumetto rozzo e greve"
(Paolo Bonaiuti)
"E' un qualcosa di sconcertante che con la satira non ha nulla a che vedere"
(Enrico La Loggia)
"Il nostro Paese assiste all'ennesimo imbarbarimento dello scontro, che nulla ha a che vedere con la politica, ed in mezzo ci finisce per l'ennesima volta una donna"
(Mara Carfagna)
"L'attacco sconsiderato portato al ministro Meloni supera ampiamente i limiti della satira"
(Maria Stella Gelmini)
"La satira diverte, morde e può anche far male ma se è satira intelligente non scade mai nel turpiloquio o nell'insulto gratuito"
(Rosy Bindi)
"Mi ero ripromessa di non fare alcun commento su questa allucinante vicenda, ma di fronte alla enorme mole di messaggi di solidarietà che mi ha raggiunto in queste ore, non posso esimermi dal ringraziare tutti. In particolare mi rivolgo alle donne e a tutti coloro che pur non condividendo la mia posizione politica, hanno comunque sentito il bisogno di esprimermi stima ed affetto. Grazie davvero"
(Giorgia Meloni)
CONSIDERAZIONE
E' ora di cominciare a prendere atto che il continuo legiferare del PdL in favore della criminalità in materia di giustizia, la continua offensiva mediatica e politica perpetrata nei confronti dello stato di diritto e del corretto esercizio della funzione della Magistratura, NON E' VOLTO alla salvaguardia degli interessi e della libertà di Silvio Berlusconi, bensì - e in primis - della criminalità organizzata.
Non è sensato continuare a credere che il PdL voglia legare le mani agli inquirenti tentando di abolire le intercettazioni per salvaguardare la privacy di Berlusconi (e quella di tutti i cittadini italiani, quasi me ne dimenticavo!), e che così facendo permetterà in molti casi alla criminalità di comunicare indisturbatamente senza il timore di essere ascoltata. Lo faranno - appunto - per favorire direttamente la criminalità, organizzata o meno che sia, poi semmai potrà andare a favore anche di Silvio.
E' ridicolo continuare a pensare che il PdL tenti di (ri)accorciare i tempi della prescrizione o porre un tetto massimo alla durata dei processi degli incensurati (anche e sopratutto quelli che a processo concluso "incensurati" non lo sarebbero più), o che in passato abbia tentato di impedire il ricorso in appello all'accusa in caso di primo grado favorevole all'imputato, solo per consentire a Berlusconi di farla franca nei processi che sistematicamente si stratificano sulla sua illustre figura, insinuando che detti provvedimenti, più che accrescere la dose di garantismo in un sistema giudiziario già di per sé molto garantista, andrebbero a favorire l'impunità di illustri e meno illustri imputati. Ogni singolo politico del PdL, consapevole o meno, da il suo appoggio a provvedimenti del genere per favorire il crimine. E' Berlusconi che in via del tutto opportunistica poi ne approfitta.
E' da sconsiderati continuare a credere che la depenalizzazione del falso in bilancio sia stato un provvedimento per tenere, ancora una volta, Silvio Berlusconi al riparo dai guai giudiziari che gli si prefiguravano nella scorsa sua Legislatura: era il solito provvedimento in favore di furfanti e criminali che Berlusconi non ha mancato di utilizzare per far decadere le accuse lui affibbiate. Provvedimento i cui giusti compendi sono stati in seguito l'ostruzionismo attuato nei confronti delle Rogatorie Internazionali, i Condoni ed il recente scudo fiscale di Tremonti.
Tutta roba, per la quale Silvio Berlusconi ha messo la faccia, fungendo consapevolmente da catalizzatore del conseguente malcontento dell'opinione pubblica, assumendosi la responsabilità morale, etica ed istituzionale di quel che ha fatto (fa e farà) facendo credere a tutti quanti (anche ai suoi fan sfegatati) di fare tutto nel proprio interesse in modo da lasciar intendere che le gravissime ricadute in favore della criminalità sarebbero state una sorta di "effetto collaterale" da tollerare per rendere vano ogni tentativo, di una magistratura ideologizzata, di ribaltare il verdetto delle urne condannano il probo Silvio. Un prezzo da pagare per la collettività che senza magistrati eversivi i cittadini non avrebbero dovuto pagare.
Ogni processo a suo carico è un lasciapassare che produce come unico effetto un provvedimento, un drecreto, una legge (spesso incostituzionale) che ha come "utilizzatore finale" lo stesso imputato Berlusconi e come obiettivo nascosto tra le righe la sua salvaguardia "fisico-economica". Come no. In realtà si legifera direttamente per accontentare gli amici eversivi della massoneria segreta, gli amici della finanza e dell'industria corrotti ed evasori fiscali, gli amici di partito che han fatto del clientelarismo, dello scambio di voto ed, in alcuni casi, dei legami imbarazzanti con la criminalità organizzata il loro punto di forza politico.
Poi certo c'è anche Silvio, il grande catalizzatore che fa da capro espiatorio, onorando probabilmente patti occulti di cui mai gli italiani verranno a conoscenza, attirando su di sé le ire della Società Civile, ridotte a "rigurgito minoritario" dai media lui asserviti.
Ogni volta che Alfano o altri pubblicizzano leggi scandalose a favor di Premier, i mafiosi dalle carceri o dai loro covi di latitanza, se la ridono a crepapelle perchè un PM, nel cercare di far rendere conto a Berlusconi dei suoi misfatti passati, genera un iter istituzionale che produrrà una legge vergognosa a salvaguardia soprattutto degli interessi e della libertà a delinquere indisturbati di malavitosi e delinquenti assoriti.
E Silvio? Silvio prima di perdere la qualifica di "incensurato" sarà già alle Bahamas da un pezzo.
PREMONIZIONE
Oggi, in Italia più che altrove, sono tantissime le aziende costrette a chiudere i battenti. Da anni ormai infatti il patrimonio aziendale italiano sta subendo uno storico ridimensionamento solo in piccolissima parte imputabile alla crisi mondiale generata dai famosi quanto incomprensibili "titoli tossici", e dalle speculazioni generate dalla bolla immobiliare negli USA. La causa di questa morìa di piccole e medie imprese è da riscontrare in realtà in una mancata politica di ridimensionamento della burocrazia che soffoca le imprese; di riqualificazione delle infrastrutture e di investimento nella "new economy" fornita dal business delle energie rinnovabili; nella mancanza di una politica vera a sostegno di grandi riforme (come ad esempio quella in favore di un vero libero mercato che contribuisca a smantellare trust e concentrazioni di potere) che possano rilanciare, se non un abbassamento dei costi fissi, un miglioramento qualitativo dei servizi; e di rivalutazione del tessuto sociale investendo in scuole, servizi pubblici e ricerca.
Ci si chiederà a chi giova, o meglio - a chi gioverà in futuro - , tutto questo.
Ovviamente tutto questo un giorno gioverà all'intero genere umano.
A fine legislatura comprenderemo infatti come il governo Berlusconi, per conto del paese, non sia venuto meno agli impegni derivanti dal protocollo di Kyoto abbattendo (è proprio il caso di dirlo) le emissioni in atmosfera, forse anche più di quanto richiesto dagli ambientalisti rompicoglioni.
Imprenditori e lavoratori disoccupati, in molti casi rimasti senza un tetto ma con molti debiti sul groppone, sapranno finalmente con chi prendersela.
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venerdì, 13 novembre 2009 - 16:21
L'ANALISI
di FRANCO CORDERO
Il patologo chiama "magnifiche" cose brutte e penose. Esiste una patologia delle norme, le cui meraviglie fanno storia nell'età berlusconiana, formalmente databile dal marzo 2001 ma l'embrione sta nei lavori della famigerata Bicamerale, in pieno centrosinistra, quando pensatori d'ambo le parti ripresentano idee annotate dal Venerabile Licio Gelli nel "Piano" d'una "rinascita democratica" (tardi anni Settanta). Le ultime notizie forniscono un reperto.
L'altra mattina, martedì 10 novembre, il miglior capo del governo negli ultimi 150 anni, così autodefinitosi, visita il presidente della Camera bassa. Conversano, anzi discutono quasi due ore con punte calde perché sono antagonisti: uno è demiurgo (con le televisioni s'era allevato "un popolo") e trasforma l'Italia su modello autocratico ignoto alla cultura politica europea (esclusi i 12 anni del Terzo Reich, mentre cadono nel conto i 23 dell'era fascista, nella quale bene o male sopravvivono residui d'una legalità statutaria, vedi l'epilogo 25 luglio 1943); l'altro, dicono, difende i resti della legalità. Frasi forti hinc inde. Perso lo scudo immunitario, B. vuol liberarsi dei giudizi pendenti: chiedeva il taglio d'un quarto alla prescrizione penale (già accorciata nel suo secondo gabinetto), più il cosiddetto "processo breve"; F. gli accorda solo quest'ultimo, irremovibile perché la prescrizione corta sarebbe un'amnistia mascherata, dannosa agl'italiani; persuaso dall'onnipresente ciambellano, B. incassa la metà del richiesto ed esce digrignando i denti. Salvo coups de main in aula, resta intatto il minimo legalitario. Così intendono l'esito alcune glosse. Tale linea parrebbe "riservatamente" condivisa dal "Quirinale" (F. Verderami, "Corriere della Sera", 11 novembre).
Viene in mente una formula del lessico psicoanalitico, "coazione a ripetere": il coatto ripete gesti i cui effetti pativa, convinto d'agire in situazioni nuove; o ha addirittura dimenticato quella d'allora. Fenomeni simili non sono spiegabili nella solita chiave (l'appagamento d'un desiderio inconscio), nota Freud, rilevando l'aspetto "demonico" delle relative pulsioni. Qualcosa d'analogo connota le fobie berlusconiane e quanti vi restano coinvolti. Abbiamo sotto gli occhi tre precedenti in sei anni scarsi: avendo due Camere ubbidienti, s'affattura un lodo d'immunità e la Consulta lo dichiara invalido, 20 gennaio 2004 n. 24; subisce la stessa sorte la l. 20 febbraio 2006 che aboliva l'appello del pubblico ministero, scomodo in una sua congiuntura (Corte cost. 6 febbraio 2007 n. 26); e poche settimane fa quel lodo, riacconciato, riaffonda.
La stessa sorte attende l'ultimo capolavoro dei pasticheurs, sfortunati ma se lo vogliono: il diritto ha una logica refrattaria all'imbroglio; stentano a capirlo, mentre l'ha capito l'augusto committente, infatti vuol rifondare l'intero sistema secondo massime temporibus illis vigenti nell'isola pirata Tortuga.
Vediamo i termini della questione. Non è lodevole che i processi durino in media sette anni. Le cause sono presto dette: mancano i mezzi (persone, case, macchine, denaro); e garantismi talvolta criminofili hanno sviluppato procedure labirintiche dove trovano gioco facile tecniche difensive del perditempo, vedi i famosi processi milanesi durati una decade e passa, perché lo volevano gl'interessati. Tra le idee covate dal pensatoio forzaitaliota scegliamone una: che il giudice debba acquisire quante prove le difese chiedono, fuori d'ogni filtro d'economia, pena l'annullamento della decisione emessa su materiali incompleti (secondo l'assunto difensivo); dibattimenti simili durano finché i perditempo vogliano (avevano indicato come testimoni 1500 magistrati del distretto romano, il cui esame, condotto da escussori ostruzionisti, Dio sa quanti anni riempirebbe, né hanno limiti gli estrosi quesiti peritali). Strategia costosa, non praticabile dai poveri diavoli: infatti, nasce una procedura classista; raccontava d'avere speso £. 500 miliardi in avvocati (F. Verderami, "Corriere della Sera", 30 aprile 2004).
Ora, la durata anomala richiede rimedi. Ovvio quali siano: adeguati mezzi; e regole d'un fair play accusatorio alieno dalle furberie (cresciute rigogliosamente nel malcostume inquisitoriale). Il rimedio escogitato dagl'innovatori è sbalorditivo: impongono un massimo dei sei anni; scaduti i termini, qualunque fosse l'accusa e comunque suonino le prove nonché eventuali sentenze, il processo svanisce, chiuso dal non doversi procedere, come quando risulta un reato perseguibile a querela e quest'ultima manchi. Bella soluzione, pulita e ingegnosa. L'equivalente medico sarebbe lo sterminio eutanasico dei malati che non guariscano nei tempi prestabiliti. Discorso delirante. Tra persone assennate, l'antidoto ai giudizi lunghi non è la mannaia ma un contesto meno deficitario.
Ecco dove viene utile la formula "coazione a ripetere". I cervelloni seminano una quarta débâcle davanti alla Corte, violando ancora quel maledetto art. 3. I profili sono multipli. Cominciamo dalla norma transitoria pro divo Berluscone: la lex superveniens vale anche nei procedimenti in corso, contro gl'incensurati, purché pendano nel primo grado; due limiti manifestamente incompatibili col predetto canone. Perché diavolo escludere i gradi ulteriori e gl'imputati nel cui record figuri un precedente magari minuscolo? Ma quando anche la novità valesse solo nei procedimenti futuri (ipotesi assurda: tutti sanno chi sia il beneficiario; gli altri vadano al diavolo), la disparità emerge dai numeri: rebus sic stantibus, il termine sarebbe rispettato in sei casi su sette; e niente giustifica la fortuna del settimo. Prendiamo Freud alla lettera: dev'esserci del demonico nella pulsione a ripetere; abbia, anzi avesse o no speso 500 miliardi in vecchie lire (se è vero, gli pesano perché ha l'aria dello spenditore parsimonioso), sèguita a battere la testa in quell'articolo.
http://www.repubblica.it/2009/11/sez...-ripetere.html
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venerdì, 13 novembre 2009 - 16:07
Il piano segreto di Berlusconi: al voto anticipato senza Fini né Bossi
E' stanco. E' molto stanco. Silvio Berlusconi non ne può più delle continue mediazioni. Non ne può più degli incontri-scontri con Gianfranco Fini (e la Giustizia è soltanto l'ultimo caso). Non ne può più di dover andare a Montecitorio a cercare ogni volta di trovare un accordo su tutto con l'alleato al quale ha dato tanto ma dal quale sta ricevendo poco. Troppo poco. Poi ci sono i problemi legati alle scelte del numero uno dell'Economia. Giulio Tremonti ha certamente un caratterino non facile, però ogni volta in Consiglio dei Ministri è una battaglia. Una sfida tra i ministri che vogliono soldi e il titolare di Via XX Settembre che risponde picche. L'ultima è stata la lite con Renato Brunetta.
Liti, contrasti e una situazione che si sta deteriorando. Come quella dei rapporti con il Quirinale. Ora filtrano i malumori di Giorgio Napolitano sul ddl presentato in Senato che accorcia i processi, una norma comunque più blanda della prescrizione breve messa a punto da Ghedini e bocciata proprio da Fini. Tensioni con il Colle non nuove, dato che gli strascichi post-bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale lasciano aperte ancora molte crepe. Senza contare l'Anm e perfino il Csm sempre pronti a censurare il presidente del Consiglio. Che tra l'altro ha anche problemi personali e privati da affrontare con l'imminente causa di divorzio di Veronica Lario. Ma non finisce qui. Addirittura con Umberto Bossi e soprattutto con i leghisti - in particolare Roberto Maroni - i rapporti non sono più quelli di una volta.
Il Cavaliere è stanco del Carroccio che continua ad alzare la posta sulle elezioni regionali, che vuole il Piemonte e il Veneto senza mollare il ministero dell'Agricoltura. Poi ci si mettono anche i presunti contrasti interni alla Lega: con il responsabile del Viminale sempre sul piede di guerra - vedi la lite sui fondi per la sicurezza - e con Roberto Calderoli che invece sembra più berlusconiano degli azzurri. Una situazione insostenibile, insomma. Tanto che il premier avrebbe confidato ai suoi più stretti collaboratori di essere pronto a ribaltare tutto. A sconvolgere il quadro politico. A dimettersi e a far dimettere in massa tutti i parlamentari del Popolo della Libertà (esclusa la piccola pattuglia di finiani) con l'obiettivo dello scioglimento delle Camere.
Anche perché Berlusconi sa che un esecutivo alternativo non avrebbe i numeri, non potendo mettere insieme l'Udc con l'Italia dei Valori. E quindi elezioni anticipate, subito. Già a fine marzo, insieme alle Regioni. Un ritorno alle urne da trasformare in un referendum su se stesso, un referendum sul Cavaliere. Che vorrebbe addirittura presentarsi da solo, mollando Fini e Bossi. Dire agli italiani: non mi hanno fatto governare, datemi un mandato pieno e riformerò veramente l'Italia. Uno scenario che prende quota nei Palazzi del potere...
http://www.affaritaliani.it/politica...rno131109.html
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berlusconi silvio
martedì, 10 novembre 2009 - 08:36
di GIUSEPPE D'AVANZO
PERBACCO, ecco finalmente i "problemi reali del Paese". O meglio, l'unico problema del Paese che, come in un'ossessione paranoica, a Berlusconi e alla sua gente appare reale: i processi di Berlusconi. Come evitare che il presidente del consiglio affronti il tribunale e un giudizio? La narrazione di questa necessità, che dovremmo sentire come un obbligo dovuto al sovrano, si nutre di finzioni, inganni, autoinganni, rovesciamento di senso.
Nel corso del tempo, ha mutato i suoi pretesti. Prima è stata accompagnata dal giocoso ritornello "così fan tutti" e ci è stato lasciato intendere che dovunque, nel mondo, chi governa è immune dal processo. È una balla, ma è stata all'origine di una legge (la "Schifani") incostituzionale e presto silurata dalla Consulta. All'inizio di questa legislatura, nuova legge immunitaria ("Alfano") e nuovo argomento: se deve difendersi nelle aule di un tribunale, il capo del governo non può governare. Quindi, si sospenda il processo. Gli si consenta di svolgere il suo incarico. In aula ci andrà dopo. La Corte costituzionale boccia il nuovo sgorbio: processo e governo possono coesistere se giudici e imputato (che governa) concordano un calendario di udienze che non pregiudica le responsabilità del presidente del consiglio e consenta al tribunale di accertare che cosa è accaduto e per colpa di chi. La coerente soluzione costituzionale non può essere accettata perché un processo, in ogni caso, ci sarà e, per Berlusconi, è giusto l'intralcio che va aggirato. Dunque, si ricomincia. Questa volta, con una sprezzante limpidezza della ragione che impone "una soluzione definitiva".
Il perché ha una sua formula sfrontata e una declinazione più ideologica. Della prima s'incarica Fedele Confalonieri: "Le leggi ad personam? [Silvio] Le fa per proteggersi. Se non fai la legge ad personam vai dentro". Della seconda, se ne cura Giuliano Ferrara: "C'è un solo vero dilemma: della guida di questo Paese decide il popolo o decide l'ordine giudiziario?". Al fondo dell'argomento, c'è una tesi insidiosa e controversa: Berlusconi ha il diritto di prevalere su tutti gli altri poteri dello Stato (anche il potere giudiziario, anche il parlamento, anche la corte costituzionale), perché soltanto lui è "eletto direttamente dal popolo". Quindi, nessuno lo può giudicare a meno di non volere azzerare la volontà popolare, con un colpo eversivo della democrazia. Ilvo Diamanti e Giovanni Sartori hanno dimostrato con qualche numero che "l'asserzione è falsa" perché Berlusconi non è insediato "direttamente" dalla volontà popolare e lo vota, sì e no, un terzo degli italiani. Troppo poco per concludere che Berlusconi è il popolo e il popolo è Berlusconi. Ma tant'è, questo è l'argomento che ci viene oggi proposto. Irrobustito, si fa per dire, da due "quadri" diventati ormai "classici", nonostante la loro inconsistenza: la magistratura ha liquidato abusivamente, quindici anni fa, un sistema politico (per credere alla favola, bisogna dimenticare che diecimila miliardi di tangenti l'anno avevano già distrutto il Paese); Berlusconi, una volta in politica nel 1994, è stato perseguitato dalle "toghe rosse" con ostinazione (in questo caso, si dimentica che Mediaset e Publitalia erano sotto inchiesta già nel 1992 e Berlusconi era già stato al centro negli anni ottanta di indagini e condanne penali).
Questa figurazione truccata, che ieri ha ottenuto anche un sorprendente editoriale del direttore del Tg1 a favore del ripristino dell'immunità parlamentare, sostiene il nuovo schema con cui faremo i conti nei prossimi mesi. L'ultimo paradigma, escogitato dai "tecnici" di Berlusconi, si poggia ancora una volta su una narrazione alterata. È interessante scorgere quale prezzo Berlusconi intende far pagare alla sua maggioranza, al suo governo, alla macchina della giustizia, ai cittadini pur di guadagnare l'impunità.
Si dice: la giustizia è lenta, va riformata nell'interesse dei cittadini. È un'assoluta priorità correggere la prescrizione (il tempo che lo Stato si concede per accertare i fatti e la responsabilità). Quindi - ecco l'ultimo scarabocchio - tagliamo subito di un quarto i tempi di prescrizione dei procedimenti in corso per i reati commessi prima del 2 maggio 2006 con pena massima fino a dieci anni e stabiliamo che i processi devono essere celebrati in sei anni (tre per il tribunale, due per l'appello, uno per la cassazione).
Bisogna ora chiedersi: è vero che, riformata così la prescrizione, i processi saranno più rapidi? La risposta è che non è vero. La riforma (condivisibile) è soltanto un imbroglio se non si provvede a mettere il sistema in condizione di celebrare i processi in tempi compatibili con la nuova prescrizione. Ma di questo obiettivo Berlusconi e i suoi non vogliono discutere perché, con tutta evidenza, i procedimenti da cancellare con quelle norme sono i tre processi che, dopo la bocciatura della "legge Alfano", attendono il capo del governo (Mills, diritti Mediaset, Mediatrade).
Vediamo ora quali sono gli effetti di questa mossa per la giustizia e per la politica. I quattro quinti dei reati previsti dal codice penale sono puniti con una pena massima inferiore ai dieci anni. Se si considera che, in media, i processi durano sette anni e mezzo, anche i non addetti comprendono che i quattro quinti dei processi italiani sarà azzerato, le vittime dei reati umiliate, i rei liberi come farfalle. Ecco perché si parla di amnistia mascherata e di massa. Qui, il prezzo maggiore lo paga la sicurezza dei cittadini, che pure è uno dei cardini del programma di governo. L'esito disastroso ha come pendant rovinoso l'effetto sul quadro politico e istituzionale. Il presidente della Repubblica non vuole "riforme né occasionali né di corto respiro". Il presidente della Camera concorda che il processo sia breve, ma ritiene che ridurre unicamente i tempi della prescrizione non trasforma un sistema arrugginito in una macchina efficiente. Dal loro canto, i magistrati hanno fatto sapere che, per dare più rapidità al processo, sono necessarie più risorse e, da subito, qualche accorgimento tecnico. Per esempio, la posta elettronica per le migliaia di notifiche e avvisi inviati agli avvocati; la sospensione dei processi penali per gli imputati irreperibili, che impegnano i tribunali senza alcuna utilità; la depenalizzazione dei reati minori, per riservare il costoso processo penale, alle questioni di reale allarme sociale.
Sappiamo anche un'ultima cosa. Che il Pd di Bersani è disposto a un dialogo con il governo per sostenere una nuova stagione di "riforme strutturali", ma esclude che la giustizia ad personam sia una priorità. È questa allora la mappa dei conflitti autunnali che Berlusconi accenderà se dovesse ostinarsi nella sua pretesa di rendersi immune, costi quel che costi. Contro il capo dello Stato; contro il presidente della Camera e parte della maggioranza (quella che fa riferimento a Fini); contro la magistratura; contro lo spirito riformista dell'opposizione; contro la sicurezza dei cittadini; contro le vittime dei reati. Uno scontro senza quartiere che Berlusconi è disposto a provocare in nome dei "problemi reali del Paese". Anzi, dell'unico problema reale che conta per lui, il suo.
Repubblica 10.11.209
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