lunedì, 07 luglio 2008 - 09:51

Ora d'aria di Marco Travaglio, l'Unità del 05 luglio 2008

Vedere un intero Paese e le sue più alte istituzioni appesi al pisello di un attempato latrin lover in fregola senile, mentre i codici e la Costituzione vengono sfigurati a immagine e somiglianza dell'augusto aggeggio, è già un bel vedere. Sentire poi Al Tappone, cioè l'editore di «Chi» e di un'altra dozzina di giornali e programmi di gossip, scagliarsi contro «il gossip che inquina la politica», è anche un bel sentire. Come pure apprendere dalla sua boccuccia che lui non si avvarrà della blocca-processi (tanto, per bloccare il suo, basta che se ne avvalga Mills) né del Lodo Alfano (vuoi vedere che l'han fatto per il capo dello Stato?). Ma forse il bello deve ancora venire: alfine si potrebbe scoprire che le famose telefonate compromettenti, quelle sul problematico alzabandiera e sulle tecniche più avanzate per propiziarlo (punturine? pasticche? carrucole?), quelle sulle durissime selezioni sostenute da alcune ministre come già dalle «strappone» di Raifiction, quelle che han portato il Paese sull'orlo di una crisi istituzionale, non sono mai state intercettate da alcuna Procura. Non che non siano mai esistite: che non siano mai state ascoltate, registrate, trascritte. Ragioniamo: le porno-chiamate, semprechè esistano, non sono state depositate alle parti, ma segretate e custodite dalla Procura di Napoli in attesa di esser distrutte in quanto penalmente irrilevanti. Il che rende altamente improbabile che siano giunte a qualche giornalista. Anche perché altrimenti sarebbero già uscite: nessun giornalista degno di questo nome (a parte, infatti, il direttore di «Europa») si terrebbe nel cassetto l'eventuale prova che il premier ha sistemato in Parlamento o al governo qualche sua amante. Dunque è pure possibile che Al Tappone abbia fatto tutto da solo: lui solo sa quel che fa e dice al telefono, lui solo è convinto che i pm agiscano tutti, come un sol uomo, non per fare Giustizia, ma per colpire lui. E visto che lui, a furia di contare balle, finisce col crederci, ogni mattina appena sveglio corre in edicola alla ricerca delle telefonate che lui solo conosce, avendole fatte lui. Purtroppo per noi e per fortuna sua, finora è rimasto deluso. Ma visto che domani è sempre un altro giorno, lui mette in circolo indiscrezioni e pettegolezzi per preparare l'opinione pubblica in vista del D-Day. Anzi, del Gnocca Day. Non a caso non sono i cronisti giudiziari, ma i restroscenisti di Palazzo Grazioli e dintorni a raccontare quel che potrebbe uscire sul pisello presidenziale e le sue numerose badanti, incollando spizzichi e bocconi, sussurri e sospiri che trapelano dalla Magione Presidenziale. Storie di boccucce di rosa, persino di ortaggi. Sarebbe davvero meraviglioso se, autosuggestionato dalla sua coscienza sporca e dalla sua codona di paglia, Al Tappone avesse montato da solo tutto l'ambaradàn: se cioè la psicosi da intercettazioni fosse nient'altro che una colossale e grottesca autointercettazione. Il risultato lo vediamo: nessuno ha ancora letto un rigo di quelle telefonate, ma tutti ne conoscono ormai il contenuto. Tant'è che i servi più servili si sono già attivati per salvare il padrone da se stesso, intimando alla signorina Carfagna di dimettersi. Eh no, troppo comodo: prima di lei deve dimettersi chi l'ha promossa deputato e ministro. E poi, a ruota, tutti i ministri scelti dal Capo con lo stesso criterio: la cieca, prona servile obbedienza al Capo. Tra Mara e Angiolino Jolie o James Bondi, per dire, non c'è alcuna differenza. Sono tutte fotocopiatrici ad personam, solo che lei è molto più carina. Dunque sia chiaro: giù le mani dalla Carfagna. E basta parlare di «basso impero»: quello, al confronto, era una cosa seria. In fondo, Caligola s'era limitato a nominare senatore il suo cavallo. Mica un asino. Piuttosto, quel che sta accadendo - tutti a parlare di telefonate che nessuno ha letto - è una bella prova su strada di quel che ci attende quando sarà in vigore la legge bavaglio sulle intercettazioni. Galera da 1 a 3 anni a chi pubblica atti di indagine «nel testo, nel contenuto e per riassunto». Black-out assoluto fino all'inizio del processo, cioè per anni e anni. I giornalisti sapranno tutto, come pure poliziotti, magistrati, avvocati, cancellieri, impiegati, politici. Ma non potranno più raccontarlo. Così sarà tutto un alludere, un insinuare, un fare l'occhiolino, un dar di gomito con tutti i ricatti del caso: «Ah, se potessi parlare», «Sapessi quel che c'è nel fascicolo», «Eeeh, non farmi dire», «Vieni in redazione che ti racconto tutto in bagno». Il ritorno alla tradizione orale. Ecco, sì, orale.
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lunedì, 07 luglio 2008 - 09:39

Signornò di Marco Travaglio, l'Espresso

Ecco la lettera che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non ha inviato al premier, Silvio Berlusconi.
«Caro Silvio, scusa se ti distolgo dai provini di Raifiction, ma come capo dello Stato, presidente del Csm e garante supremo della Costituzione, alcuni dubbi mi assalgono. La lettera al presidente del Senato in cui ti assolvi da solo mi aveva quasi convinto della tua innocenza. Poi ho letto la lettera dell'avvocato Mills al suo commercialista a proposito di quei 600 mila dollari come "regalo" per le sue false testimonianze in tuo favore, e le tue telefonate con Agostino Sacca. E son tornato al punto di partenza. Meglio lasciarlo stabilire dai giudici, se sei colpevole o innocente: li paghiamo per questo. Tu dici che sono prevenuti: lo penso anch'io, infatti finora han sempre trovato il modo di salvarti, fra prescrizioni, attenuanti generiche e insufficienze di prove. Tu dici che non hai tempo per governare e preparare le udienze, ma ti sottovaluti: alla peggio, puoi sempre rubare un po' di tempo ad Apicella e alle "fanciulle" di Raifiction.
Vedrai che ce la fai. E poi dovevi pensarci prima: quando un imputato si candida a premier, il rischio di essere condannato una volta eletto lo mette in conto. Tu dici che gli italiani ti hanno votato: appunto, pensavano che il processo andasse avanti. Anche perché ti eri dimenticato di avvertirli che avresti usato i loro voti come un giudizio di Dio sostitutivo a quello dei giudici, per giunta con un Lodo Barabba imposto da te medesimo. Tu dici che l'immagine dell'Italia all'estero verrebbe guastata da una tua condanna per corruzione. Ma se la dai per scontata, qualcuno penserà che sei colpevole. E poi mettiti nei miei panni: sarebbe molto peggio, per l'Italia che io rappresento, tenersi per cinque anni un premier che non si sa se sia un perseguitato o un corruttore. Tu ricordi che fino al '93 c'era l'immunità parlamentare, ma ricordi male: la Costituzione consentiva alle Camere di negare l'autorizzazione a procedere in caso di "fumus persecutionis", cioè di qualche parlamentare perseguitato da toghe politicizzate senza uno straccio di prova. Ma qui le prove non vengono da toghe più o meno politicizzate, bensì dal tuo consulente Mills e dalla tua voce registrata al telefono con l'amico Sacca. E poi l'immunità era stata pensata dai padri costituenti per difendere le opposizioni da eventuali agguati di giudici legati al governo con accuse per reati politici, non per proteggere il capo del governo da accuse per reati comuni. Tu dici che "nelle altre democrazie" il Lodo Schifani-Alfano esiste già. Ho chiesto in giro e - a parte che nessuno conosce Schifani né Alfano - mi han detto che i premier non hanno immunità in nessuna democrazìa del mondo. Sono immuni solo i re e il presidente della Repubblica francese. Quindi non firmo. Se ne riparla se e quando prenderai il mio posto. 0 quando ti sarai incoronato Re d'Italia. Tuo Giorgio».
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lunedì, 07 luglio 2008 - 09:35

Ora d'aria di Marco Travaglio, l'Unità del 04 luglio 2008

Se uno di questi giorni Al Tappone ordinasse un emendamento al Decreto Sicurezza per arrestare gli uomini sopra il metro e 60, le ragazze sotto i 30 anni che la danno ad altri all'infuori di lui e nominare Sacca presidente della Corte costituzionale, il Consiglio dei ministri gliel'approverebbe all'unanimità. Angelino Jolie andrebbe in tv a magnificare il geniale impulso riformista del padrone. L'indomani Il Giornale, che fu di Montanelli e ora è di Mario Giordano (per dire l'evoluzione della specie), uscirebbe con un inserto storico sui danni inflitti all'umanità dagli uomini alti, con la lista nera delle ragazze che -diversamente dalle altre democrazie - insistono nel non darla al premier e con un commentario di diritto costituzionale chiosato di Sacca. Da quando lo dirige l'inventore di "Lucignolo", il fu Giornale non è solo l'house organ ad personam di Al. E' anche uno spasso assoluto. Imperdibile. Da scompisciarsi. Il 10 giugno titola: "Tutti gli italiani sono intercettati". In realtà gli intercettati sono meno di 20 mila all'anno. Il Csm assolve Clementina Forleo? Un rubrichista del Giornale, quello biondo platino con le mèches, la chiama per tutto il pezzo "Caterina Forleo", perché lui è molto preciso. Poi scrive che questa tal Caterina Forleo "difficilmente la passerà liscia" per "quella clamorosa sceneggiata da Santoro", quando disse d'aver "passato la giornata dai carabinieri a riferire le inquietanti circostanze di cui sono stata vittima": insomma andò "in tv a parlare di gravi pressioni subite prima ancora di aver fatto denuncia attraverso i canali che il suo delicato ruolo prevede". Il pover'uomo deve avere seri problemi con la consecutio temporum: se la giudice ha raccontato ad Annozero di aver fatto denuncia ai carabinieri, vuol dire che quando l'ha raccontato aveva già fatto denuncia, dunque non può essere accusata di averlo raccontato "prima ancora".
L'indomani il poveretto tenta di dimostrare che il vero "magnaccia" non è Al, ma Di Pietro. La prova? "Il suo commercialista e un uomo della sua scorta furono arrestati per giro di squillo d'alto bordo". Ecco: per lo Shirley Tempie del garantismo all'italiana, le colpe dei commercialisti e degli agenti di scorta ricadono su Di Pietro (senza contare che qui nessuno contesta al premier di frequentare ragazze, ma di piazzarle a Raifiction a spese nostre).
Tenetevi forte, perchè il bello deve ancora venire.
Il 27 giugno, titolo a tutta pagina 7 su un articolo di Gian Marco Chiocci: "Woodcock senza limiti: indaga sulla Orlandi. I verbali dell'interrogatorio al cerimoniere del Papa" (mons. Francesco Camaldo, già segretario del cardinal Poletti, indagato per i suoi rapporti col faccendiere Massimo Pizza). A fianco, un box sul pm di Potenza: "Nel 2003 decine di vip coinvolti nell'inchiesta Inail. Molto rumore, finora per nulla". Tutte balle. Nel processo Inail il 60% degli imputati (tra cui il presidente e l'ad) hanno confessato, patteggiato e risarcito allo Stato la bellezza di 2 milioni di euro. Quanto a Emanuela Orlandi, basta leggere l'articolo di Chiocci per scoprire che Woodcock a Camaldo non ha mai chiesto di lei, ma solo del boss della Magliana Renatino De Pedis (molto legato a Poletti, che lo fece seppellire a Sant'Apollinare). Ma il garrulo Giordano non legge nemmeno il suo Giornale (e lo si può capire). Infatti riprende il titolo farlocco e fa pure lo spiritoso con un lettore: "Woodcock si occupa anche del caso Orlandi; ma le pare possibile? Ci sono giudici che metterebbero sotto indagine anche ET, Haidi e Goldrake, se dopo fossero sicuri di trovare le telecamere ad aspettarli...". Ogni tanto, per dare un tocco di comicità in più, scrive pure Paolo Guzzanti. In ben tre articoli in cinque giorni ripete che la giudice Gandus, quella del processo Mills, ha dichiarato: "Io a Berlusconi gli faccio un culo così". Dove, a chi, quando l'abbia detto, e dove siano le prove, non si sa. Ma da questi garantisti a targhe alterne c'è da aspettarsi di tutto. Per Giordano, l'indulto fu "un'emerita sciocchezza", frutto del "perdonismo tanto caro alla sinistra". Forse gli sfugge che fu scritto a quattro mani da Mastella & Pecorella, e votato da tutta Forza Italia. Che sia di sinistra anche Al Tappone? Sarebbe gravissimo. Anche perché - come denuncia Paolo Granzotto sul Giornale - "la sinistra continua a idolatrare il nano di Ajaccio". Che poi sarebbe Napoleone. A meno che Berlusconi non abbia preso casa pure in Corsica.
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venerdì, 04 luglio 2008 - 11:42

di Marco Travaglio, l'Unità del 3 luglio 2008

C'è un discreto scarto fra gli editoriali pensosi alla Pigi Battista sul malaugurato "scontro fra politica e giustizia" e sul "dialogo costituente" che forse ritorna grazie agli estintori quirinaleschi, e i resoconti dei "retroscenisti" alla Scodinzolini, sempre appostati nella pochette di questo e quello. Da giorni sono mobilitate a colpi di codici e pandette, precedenti giurisprudenziali e citazioni dotte il Capo dello Stato, il Csm, la Corte Costituzionale, il Parlamento, il Governo, l'Associazione Nazionale Magistrati, le Camere Penali, l'Associazione Costituzionalisti Italiani, l'Autorità Garante della Privacy, presto fors'anche la Commissione Europea, l'Alta Corte di Giustizia di Lussemburgo e la Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo. Il tutto perché un ometto, un certo Al Pappone, ha problema molto più prosaico e urgente, che Vittorio Feltri ha voluto sintetizzare su "Libero" con un titolo in chiaroscuro: "Il guaio è la gnocca".
In sintesi: l'han beccato a parlare al telefono di e con certe ragazze che lui chiama "le mie fanciulle" (per distinguerle dalle "mie bambine", che sarebbero le ministre Carfagna, Brambilla e Gelmini) e che, non sapendo recitare, devono lavorare per Raifiction dell'amico Agostino Sacca. Il quale s'incarica poi di "migliorare" prima dell'uso quelle dall'aria "un po' strappona" ("strappona che a Roma vuol dire bona, bonacciona, capito? Diciamo non anglosassone", precisava l'insigne linguista).
Ricapitolando: le "fanciulle" le paghiamo noi col canone; le "bambine" le paghiamo pure noi con la diaria parlamentare e lo stipendio ministeriale. Poi ci sono quelle brave: ecco, quelle le prende Mediaset. Ma si sa com'è fatta la gnocca: inizialmente si presenta bene, col volto suadente e seducente che fa impazzire i maschi latini e non. Poi però la gnocca s'incattivisce. Se non l'accontenti, va in giro a raccontare cose poco carine. Non ci sono più le gnocche di una volta, che si tacitavano con una boutique. Oggi c'è la gnocca presidenziale, molto più pretenziosa. Quando va bene, vuole "la parte" a Raifiction, ma mica un "ruolino": protagonista. Altre più sofisticate puntano a un ministero. E i ministeri, specie dopo la malaugurata riforma Bassanini, sono pochini. Mentre le gnocche sono tante, troppe. E il dicastero lo vogliono col portafoglio, mica senza. Antonella, per esempio, è insoddisfatta: "Sta diventando pericolosa, è pazza, s'è messa in testa che io la odio, che ho bloccato la sua carriera artistica. È andata a dire delle cose pazzesche in giro. Agostino, falle una telefonata e dille che continuo a dirti: io devo far lavorare la Troise. Sottolinea un mio ruolo attivo...". Si potrebbe fare ministro anche lei, o almeno sottosegretario. Ma con quale delega? Al senatore italo-australiano Nino Randazzo, in cambio del ribaltone, Al aveva offerto quella all'Oceania. Ma ad Antonella? Viceministro alle Autoreggenti? Ai Wonderbra? All'Intimissimo? Ecco: a un certo punto la gnocca ha una mutazione genetica, diventa perfida, ti si rivolta contro. E che si fa contro l'invasione delle ultragnocche? Superman aveva la Kriptonite. Al ha il Decreto. E, se qualcuno obietta che non c'è necessità né urgenza, gliele spiega lui, la necessità e l'urgenza: o esce il decreto o escono le telefonate. E' vero che il direttore di "Europa", dalla clandestinità, ha invitato i giornalisti veri a "censurarle". Perché, come dice lui, "si fa un uso politico delle intercettazioni". Ma se denunciare l'uso politico dei pentiti, dei testimoni e delle toghe rosse è facile, dimostrare che pure le microspie si mettono d'accordo per incastrare gli avversari politici è decisamente più arduo. Qui non è la parola di un altro contro la tua: è la tua parola contro la tua. E lui le sue le conosce bene, perché le ha pronunciate lui. Veronica, intanto, ha smesso di scrivere ai giornali e prende appunti. Su tutto. Anche su quella graziosa signorina dal cognome giacobino, Virginia Saint-Just, che avrebbe avuto l'appoggio di Silvio nel divorzio dal marito agente segreto, più un alloggio gratis a Campo de' Fiori, mentre l'ex consorte veniva licenziato dal Sisde. Se qualche membro del Csm ci è rimasto male nell'apprendere dal Colle che è vietato definire incostituzionale una legge incostituzionale, sappia che è per una causa di forza maggiore: la gnocca. "Costituzione" non si può più dire. Gnocca invece sì.
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giovedì, 03 luglio 2008 - 17:15

di P. Gomez e L. Sisti, l'Espresso http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Berlusconi-Mills-il-file-segreto/2031907&ref=hpsp

Appunti cancellati e scoperti sul computer dell'avvocato inglese. In cui si parla di incontri nel 2002. E di somme molto più alte elargite da Fininvest. Con una nota: 'Il Cavaliere capisce la mia posizione'. In edicola da venerdì

Il 5 febbraio 2004, mentre ascoltava il suo cliente David Mills rievocare una volta ancora la storia dei suoi rapporti con la Fininvest e spiegare che con le sue testimonianze reticenti aveva "tenuto Mr. B fuori da un mare di guai", il fiscalista Bavid Barker annota su un pezzetto di carta due parole: "Subornazione di testimone". Ai suoi occhi, i 600 mila dollari che il legale inglese di Silvio Berlusconi aveva incassato dal "braccio destro" del Cavaliere, Carlo Bernasconi, non potevano essere altro che il prezzo del silenzio. La somma, o una parte della somma, sborsata dagli uomini Fininvest per evitare che Mills rivelasse ai magistrati come il leader di Forza Italia avesse bonificato nel 1991 in Svizzera 21 miliardi di lire a Bettino Craxi; come avesse violato le leggi anti-trust italiane e spagnole controllando attraverso prestanome la maggioranza della vecchia Telepiù e di Telecinco; e come centinaia di milioni di dollari fossero stati sottratti dai bilanci del gruppo per finire sui conti personali della famiglia Berlusconi.

"Ci parve tutto molto strano: a che titolo Mills aveva ricevuto soldi da Bernasconi? Era per caso il suo figlio adottivo?", ha ripetuto in aula con humour britannico Barker quando è stato ascoltato nel processo che vede Mills e Berlusconi imputati per corruzione in atti giudiziari. Un dibattimento da fermare a tutti costi: a colpi di ricusazione dei giudici e persino facendo ricorso a leggi unanimemente considerate incostituzionali. Un processo da bloccare, non solo per il timore della sentenza, ma anche per quello della requisitoria. Gli onorevoli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo non vogliono infatti che il pm Fabio De Pasquale ricostruisca pubblicamente tutti gli aspetti di una vicenda definita, nel 2004, dallo stesso Mills in uno sconcertante documento inedito "molto insolita" come "sono stati anche, a dir poco, insoliti i miei ultimi nove anni".

È la carta segreta dell'accusa che 'L'espresso' ha potuto leggere: due paginette sperdute tra le centinaia di migliaia di atti che De Pasquale vorrebbe ripercorrere nel suo intervento finale. È un file cancellato dal computer di Mills, ma recuperato dai detective di Londra. Scorrendolo si scopre che Bernasconi nel 1999 promise all'avvocato molto più dei 600 mila dollari fatti poi rientrare in Inghilterra. Ma che invece, scrive il legale inglese a un misterioso interlocutore, "voleva farmi un regalo di circa 500 mila sterline". E questa non è l'unica sorpresa del processo Berlusconi-Mills. Di che cosa si sia finora discusso in tribunale gli italiani del resto non lo sanno. Le tv non si sono fatte vedere. I giornalisti nemmeno, salvo qualche cronista inglese e alcuni stoici colleghi milanesi che, da marzo 2007, hanno seguito le udienze riuscendo però a pubblicare ben poco.

Per questo, nel luglio dello scorso anno, il duo Ghedini-Longo ha detto chiaro e tondo che quello contro Berlusconi "è un processo di cui meno si parla e meglio è per il cliente". Per questo ora la requisitoria di De Pasquale fa paura. Se il pm riuscirà a intervenire, butterà sul tavolo nuovi documenti, i file di Mills, i bonifici bancari giunti da poco per rogatoria, le testimonianze rese in un aula semideserta, che raccontano come, secondo l'accusa, per 13 anni il Cavaliere e i suoi uomini abbiano tentato di risolvere le loro grane giudiziarie distruggendo prove, pianificando versioni di comodo e versando milioni di sterline al loro avvocato londinese. Al centro del processo infatti non c'è solo la presunta mazzetta contestata dall'accusa. C'è anche un pagamento di 2 milioni e 400 mila sterline, definito da Mills "inaspettato", versato a titolo di compenso professionale, su esplicito consenso del presidente del Consiglio, dopo un incontro avvenuto ad Arcore nel luglio del 1995.

Insomma, se il processo venisse stoppato dopo la requisitoria, ma prima della sentenza, su Berlusconi resterebbe una macchia indelebile capace di azzoppare le sue aspirazioni di successione a Giorgio Napolitano al Quirinale. E ancor peggio potrebbero andare le cose se, come prevedibile, dopo il fermo di un anno del dibattimento, che il Parlamento dovrebbe votare il prossimo 27 luglio, il tribunale decidesse di stralciare (a causa dell'approvazione del lodo Schifani bis) la posizione del premier da quella di Mills. In quel caso si andrebbe a una sentenza contro il solo avvocato inglese che, nell'eventualità di una condanna o di una prescrizione, finirebbe per avere effetti politici anche sul Cavaliere (per l'accusa Mills è il corrotto, Berlusconi il corruttore, mentre Bernasconi è morto nel 2001).

(03 luglio 2008)
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giovedì, 03 luglio 2008 - 09:47
Ora d'aria di Marco Travaglio, l'Unità del 2 luglio 2008
 
 
  
Dopo aver elencato sul Corriere quelle che, a suo dire, sono le "patologie" della giustizia all'origine dei processi a Berlusconi, Ernesto Galli della Loggia scrive: "Aspetto precisazioni da Marco Travaglio".
Eccomi.
 
1) "L'obbligatorietà dell'azione penale" per il politologo, è scaduta nel "più totale arbitrio d'iniziativa del pm", non più "guardiano autonomo e imparziale della legge", ma "padrone discrezionale e incontrollabile della stessa". Voglio essere buono e far finta che sia vero (non lo è, ma fa niente). La soluzione sarebbe, se non ho capito male, quella praticata altrove: l'azione penale discrezionale. Bene, anzi male (Dio ci aiuti dalle priorità fissate dai partiti sui reati da perseguire e da ignorare): nei paesi ad azione penale discrezionale, Berlusconi avrebbe subito gli stessi processi che ha subito in Italia. In nessuna democrazia infatti si trascurano i reati per cui è stato rinviato a giudizio: corruzione della Guardia di Finanza, corruzione di giudici, corruzione del testimone, corruzione di un dirigente tv, finanziamenti illeciti a Craxi, frodi fiscali e falsi in bilancio su 1500 miliardi di lire in società offshore, appropriazione indebita di fondi neri dalle casse di una società quotata. Tutti reati puniti e perseguiti con precedenza assoluta in tutte le democrazie. Negli Usa, chi è sospettato di averne commesso uno solo finisce in manette e, dopo la condanna, gettano via la chiave. Se poi, per assurdo, fosse il capo del governo, si dimetterebbe all'istante, altrimenti verrebbe cacciato con l'impeachment. Per evitare processi, al premier non basta abolire l'azione penale obbligatoria: dovrebbe proprio smettere di commettere reati. Che non dipendono dal sistema giudiziario. Dipendono da lui.
2) Nei processi italiani - sostiene Galli della Loggia - manca la "terzietà" del giudice, che "è amico e/o collega del pm". Ammesso e non concesso che l'unicità di carriera produca giudici appiattiti sui pm (e non è così: dal 30 al 50% delle richieste dei pm viene respinta dai giudici), il caso Berlusconi è proprio la prova del contrario: tutti i processi a suo carico si sono finora conclusi con sentenze liberatorie. Quasi nessuna afferma che fosse innocente, anzi quasi tutte lo dicono colpevole. Ma l'ha sempre fatta franca: due volte per amnistia; tre perché aveva depenalizzato il suo reato; altre volte perché i giudici si son rifugiati nell' insufficienza di prove (casi Guardia di Finanza e Squillante) o nelle attenuanti generiche con prescrizione incorporata (caso Mondadori), anche a costo di violentare la logica e le carte. Se finora è mancata la terzietà dei giudici, è perché erano appiattiti sull'imputato, non sul pm.
3) Galli della Loggia denuncia "il protagonismo mediatico-politico dell'apparato giudiziario e in modo speciale dei pm". Anche questa è una balla: i pm non fanno i processi per diventare famosi, diventano famosi perché fanno certi processi. Come del resto Falcone e Borsellino. Certo, sarebbero meno famosi se non processassero mai politici, banchieri, imprenditori, prelati, spioni. Ecco, se queste categorie non fossero così dedite all'illegalità, avremmo meno pm famosi e meno cronache giudiziarie in prima pagina. Ma mi voglio rovinare: facciamo finta che il "protagonismo mediatico-politico" esista. Bene, anche questo con i processi a Berlusconi non c'entra. E' colpa di qualche pm malato di protagonismo se la Ariosto ha raccontato che Previti pagava i giudici per conto di Berlusconi e poi son saltate fuori le prove? Se Mills ha scritto al suo commercialista di essere stato comprato da "Mr.B" per "salvarlo da un mare di guai" in tribunale e il commercialista l'ha denunciato? Se, intercettando un giro di fatture false, i pm di Napoli si sono imbattuti in Sacca e nei suoi traffici femminil-affaristici con l'amico Silvio?
4) Berlusconi, per Galli della Loggia, ha subito "un'immane mole di procedimenti giudiziari, più di chiunque altro nella storia d'Italia". Il Cavaliere ha avuto una trentina di indagini, da cui sono nati una quindicina di processi. Pochi, se si pensa che è stato iscritto alla P2, ha avuto in casa un mafioso travestito da stalliere, s'è fatto proteggere da un politico corrotto come Craxi, si porta appresso da 40 anni un noto corruttore di giudici come Previti e un celebre amico di mafiosi come Dell'Utri. Comunque c'è chi lo batte (a parte la Fiat che, con Mani Pulite, ebbe molti più arresti e perquisizioni che la Fininvest): Francesco Saverio Borrelli è stato iscritto 319 volte nel registro degl'indagati della Procura di Brescia, Di Pietro 64, Davigo 36, Colombo e la Boccassini 30, anche su denuncia di Berlusconi e dei suoi cari. Si sono lasciati indagare senza fiatare, han chiesto ai pm di fare presto e alla fine sono stati sempre assolti o archiviati. Perché erano innocenti. Berlusconi invece, nel '94, sentendo il fiato dei pm sul collo, si buttò in politica per buttarla in politica. Come dice Luttazzi, "mai visto un innocente darsi tanto da fare per farla franca". La patologia della nostra giustizia, caro Galli della Loggia, è la lentezza dei processi. Che però, per Berlusconi, è manna dal cielo. Tant'è che da 15 anni si prodiga per aggravarla. Per lui i processi sono ancora troppo veloci: ora ne sospende 100 mila per rinviare il suo. Queste le mie precisazioni. Serve altro?
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mercoledì, 02 luglio 2008 - 09:44
Immunità ad personam, di Marco Travaglio, l'Unità del 28 giugno 2008
Quando il Lodo Schifani-bis, anzi il Lodo Alfano, anzi il Dolo Berlusconi sarà sulla Gazzetta Ufficiale, l'Italia sarà l'unica democrazia al mondo in cui quattro cittadini sono «più uguali degli altri» di fronte alla legge. Un privilegio che George Orwell, nella «Fattoria degli animali», riservava non a caso ai maiali. E che, nell'Italia del 2008, diventa appannaggio dei presidenti della Repubblica, del Senato (lo stesso Schifarli), della Camera e soprattutto del Consiglio. I massimi rappresentanti delle istituzioni, che nelle altre democrazie devono dare il buon esempio e dunque mostrarsi più trasparenti degli altri, in Italia diventano immuni da qualunque processo penale durante tutto il mandato, qualunque reato commettano dopo averlo assunto o abbiano commesso prima di assumerlo.
Compresi i reati comuni, "extrafunzionali", cioè svincolati dalla carica e persino dall'attività politica. Anche strangolare la moglie, anche arrotare con l'auto un pedone sulle strisce, anche stuprare la colf o molestare una segretaria. O magari corrompere un testimone perché menta sotto giuramento in tribunale facendo assolvere un colpevole. Che poi è proprio il caso nostro, anzi Suo. Come scrisse il grande Claudio Rinaldi sull'Espresso a proposito del primo Lodo, «un'autorizzazione a delinquere». La suprema porcata cancella, con legge ordinaria - votata in un paio di minuti dal collegio difensivo allargato del premier imputato, che ha nome "Consiglio dei ministri" - l'articolo 3 della Costituzione repubblicana. Che recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali...». La questione è tutta qui. Le chiacchiere, come si dice a Roma, stanno a zero. Se tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, non ne possono esistere quattro che non rispondono in nessun caso alla legge per un certo numero di anni in base alle loro "condizioni personali e sociali", cioè alle cariche che occupano. Se la Costituzione dice una cosa e una legge ordinaria dice il contrario, la legge ordinaria è incostituzionale. A meno, si capisce, di sostenere che è incostituzionale la Costituzione (magari prima o poi si arriverà anche a questo). Ora, quando in una democrazia governo e parlamento varano una legge incostituzionale, a parte farsi un'idea della qualità del governo e del parlamento che hanno eletto, i cittadini non si preoccupano. Sanno, infatti, che le leggi incostituzionali sono come le bugie: hanno le gambe corte. Il capo dello Stato non le firma, il governo e il parlamento le ritirano oppure, se non accade nessuna delle due cose, la Corte costituzionale le spazza via. Ma purtroppo siamo in Italia, dove le leggi incostituzionali, come le bugie, hanno gambe lunghissime. Non è affatto scontato che il presidente della Repubblica o la Consulta se la sentano di bocciare il Lodo-bis. A furia di strappi, minacce, ricatti, vere e proprie estorsioni politiche, il terrore serpeggia nelle alte sfere (che preferiscono chiamarlo "dialogo"). E anche la Costituzione è divenuta flessibile, anzi trattabile. Un mese fa è passata con tutte le firme e le controfirme una legge razziale (per solennizzare il 60° anniversario di quelle mussoliniane) denominata "decreto sicurezza": quella che istituisce un'aggravante speciale per gli immigrati irregolari. Se fai una rapina e sei di razza ariana e di cittadinanza italiana, ti becchi X anni; se fai una rapina e sei extracomunitario, ti becchi X+Y anni. Vuoi mettere, infatti, la soddisfazione di essere rapinato da un italiano anziché da uno straniero. E il principio di uguaglianza? Caduto in prescrizione. Stavolta è ancora peggio, perchè non è in ballo il destino di qualche vuccumpra', ma l'incolumità giudiziaria del noto tangentaro (vedi ultima sentenza della Cassazione sul caso Sme-Ariosto) che siede a Palazzo Chigi.
Infatti è già tutto un distinguo, a destra come nella cosiddetta opposizione, sulle differenze che farebbero del Lodo-bis una versione "migliore" del Lodo primigenio. Il ministro adpersonam Angelino Jolie assicura che, bontà sua, «la sospensione dei processi non impedisce al giudice l'assunzione delle prove non rinviabili, la prescrizione è sospesa, l'imputato vi può rinunciare. La sospensione non è reiterabile e la parte civile può trasferire in sede civile la propria pretesa». Il che, ad avviso suo e di tutti i turiferari arcoriani sparsi nei palazzi, nelle tv e nei giornali, basterebbe a rendere costituzionale la porcata. Noi, che non siamo costituzionalisti, preferiamo affidarci a chi lo è davvero (con tutto il rispetto per Angelino e il suo gemellino Ostellino), e cioè all'ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida. Il quale, interpellato il 18 giugno da Liana Milella su la Repubblica, ha spiegato come e qualmente chi cita la sentenza della Consulta che nel 2004 bocciò il primo Lodo e sostiene che questo secondo la recepisce, non ha capito nulla: «La prerogativa di rendere temporaneamente improcedibili i giudizi per i reati commessi al di fuori dalle funzioni istituzionali dai titolari delle più alte cariche potrebbe eventualmente essere introdotta solo con una legge costituzionale, proprio come quelle che riguardano parlamentari e ministri... La bocciatura del vecchio lodo nel 2004 da parte della Consulta è motivata dalla violazione del principio di uguaglianza dei cittadini quanto alla sottoposizione alla giurisdizione penale». L'unica soluzione per derogare all'articolo 3 è modificare eventualmente la Costituzione (con doppia lettura alla Camera e doppia lettura al Senato, e referendum confermativo in mancanza di una maggioranza dei due terzi). E non con una legge che sospenda automaticamente i processi alle alte cariche: sarebbe troppo. Ma, al massimo, con una norma che - spiega Onida - «introduca una forma di autorizzazione a procedere che consentirebbe di valutare la concretezza dei singoli casi. Ragiono su ipotesi, perché gli 'scudi' sono da guardare sempre con molta prudenza... La sospensione non dovrebbe essere automatica, ma conseguire al diniego di una autorizzazione a procedere. E comunque la legge costituzionale resta imprescindibile».
Insomma, quando Angelino Jolie sbandiera la «piena coincidenza del Lodo con le indicazioni della Consulta», non sa quel che dice. La rinunciabilità del Lodo non significa nulla (comunque Berlusconi, l'unico ad averne bisogno, non vi rinuncerà mai: altrimenti non l'avrebbe fatto). E la possibilità della vittima di ricorrere subito in sede civile contro l'alta carica che le ha causato il danno, se non fosse tragica, sarebbe ridicola: uno dei quattro presidenti si mette a violentare ragazze o a sparare all'impazzata, ma i giudici non lo possono arrestare (nemmeno in flagranza di reato), né destituire dall'incarico fino al termine della legislatura; in compenso le vittime, se sopravvivono, possono andare dal giudice civile a chiedere qualche euro di risarcimento... Che cos'è: uno scherzo? L'unica differenza sostanziale tra il vecchio e il nuovo Lodo è che stavolta vale per una sola legislatura: non per un premier che viene rieletto, né per un premier (uno a caso) che passa da Palazzo Chigi al Quirinale. Ma ciò vale fino al termine di questa legislatura. Dopodiché Berlusconi, una volta rieletto o asceso al Colle, potrà agevolmente far emendare il Lodo, sempre per legge ordinaria, e concedersi un'altra proroga di 5 o di 7 anni. A questo punto si spera che il capo dello Stato non voglia cacciarsi nell'imbarazzante situazione in cui si trovò nel 2004 Carlo Azeglio Ciampi: il quale firmò (e secondo alcuni addirittura ispirò tramite l'amico Antonio Maccanico) il Lodo, e sei mesi dopo fu platealmente smentito dalla Corte costituzionale. Uno smacco che, se si dovesse ripetere, danneggerebbe la credibilità di una delle pochissime istituzioni ancora riconosciute dai cittadini: quella del Garante della Costituzione. Quando una legge è manifestamente, ictu oculi, illegittima, il capo dello Stato ha non solo la possibilità, ma il dovere di rinviarla al mittente prima che lo faccia la Consulta. In ogni caso, oltre al doppio filtro del Quirinale e della Consulta, c'è anche quello dei cittadini. Che, tanto per cominciare, scenderanno in piazza a Roma l'8 luglio contro questa e le altre leggi-canaglia. Dopodiché potranno raderle al suolo con un referendum, già preannunciato da Grillo e Di Pietro. Si spera che anche il Pd - se non gli eletti, almeno gli elettori - vi aderirà. Secondo Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, «il Lodo deve valere dalla prossima legislatura». Forse non ha pensato che così il Caimano si porterebbe dietro lo scudo spaziale anche al Quirinale.
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lunedì, 30 giugno 2008 - 11:04

da www.beppegrillo.it

"Quello sulle intercettazioni è un progetto di Legge per il quale le bocce sono ancora in movimento. Il movimento era cominciato con prospettive assai preoccupanti. Il Presidente del Consiglio ha detto pubblicamente che le intercettazioni dovevano essere limitate a fatti di mafia e terrorismo. Quindi con l'esclusione di malasanità, cattiva amministrazione, corruzione, concussione eccetera... Poi nel progetto di Legge che è stato successivamente presentato, il bacino di utilizzabilità delle intercettazioni è stato allargato e tuttavia restano fuori reati di forte allarme sociale: l'associazione a delinquere, l'usura, il sequestro di persona, la rapina non aggravata, lo sfruttamento della prostituzione eccetera. Allora, è vero che quando si parla di intercettazioni c'è un problema che è quello di non utilizzare e meglio ancora non pubblicare, ciò che non ha a che fare con l'oggetto del processo con l'accertamento della verità, le conversazioni che riguardano terzi, cioè soggetti che col processo non centrano niente, e con conversazioni che pur riguardando soggetti del processo, toccano argomenti che non sono pertinenti al processo.
Impedire l'utilizzazione nel processo e la pubblicazione fuori dal processo di conversazioni riferibili a terze persone di fatti non pertinenti, è secondo me un dovere imprescindibile e su questo versante quando il progetto di Legge fissa dei paletti, muove nella direzione giusta. Ma attenzione! Questo progetto di Legge vieta la pubblicazione di tutte le intercettazioni, anche quelle pertinenti al processo, l'Articolo 2 di questo progetto di Legge dice: "E' vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto di atti di indagine preliminare nonché di quanto acquisito, al fascicolo del pubblico ministero o del difensore, anche se non sussiste più alcun segreto fino a che non siano chiuse le indagini preliminari." Questo significa che si potrà pubblicare a malapena il nome dello indagato. Non il reato per cui è indagato, non le prove raccolte dall'accusa, non gli elementi raccolti a discarico dalla difesa. Anche quando si tratta di fatti non più segreti non si potrà sapere nulla di nulla per mesi o magari per anni finché le indagini non si saranno concluse. Questo è pericoloso! Non soltanto perché viene spazzato via il diritto di cronaca, ma anche perché qualunque potere pubblico e la magistratura in primis, deve poter essere sottoposto al cosiddetto controllo sociale. Si deve sapere cosa fa la magistratura, cosa sta facendo. Per dire se è giusto o sbagliato quello che sta facendo. Se io pm posso lavorare in segreto assoluto, senza che nessuno sappia nulla, al limite posso compiere le nefandezze più nefande che nessuno sa niente è questa, chiedo, è democrazia?
Mi sembra obiettivamente pericoloso. C'è un altro profilo da prendere in considerazione ed è che le intercettazioni possano durare soltanto 3 mesi. Ora far durare le intercettazioni soltanto 3 mesi cioè in uno spazio di tempo che in moltissimi casi può essere insufficiente per dover interrompere sul più bello le intercettazioni, non è vietare le intercettazioni ma è svuotarle, depotenziarle, in maniera che per quanto riguarda l'incisività delle indagini può essere pericoloso. Ma c'è un punto ancora più eclatante per la sua gravità: se ad esempio viene disposta una intercettazione per un fatto di rapina, e ascoltando i presunti rapinatori questi confessano un omicidio e forniscono prove sicure precise e concrete dell'omicidio di cui stanno parlando be' non vale! Il progetto di Legge stabilisce che vale soltanto per ciò che forma oggetto del procedimento all'interno del quale l'intercettazione è stata disposta.
Per cui se nelle conversazioni si parla d'altro tipo di un omicidio all'interno di indagini per una rapina, per l'omicidio non si può fare nulla. Uno prende e butta via o si tappa le orecchie che ne so... Ci sono dei problemi di costi legati alle intercettazioni, indubbiamente. Non cito il mio amico Marco Travaglio che è sospettato di essere un giustizialista come me, cito il Corriere della Sera, cito Luigi Ferrarella che nell'articolo intitolato “Una sfilza di leggende” come una delle tante secondo cui saremmo tutti intercettati! Non è vero. Per esempio alla Procura di Torino ci sono centinaia di migliaia di processi soltanto lo 0,2% prevede l'utilizzo di intercettazioni, in un paese in cui abbiamo ancora grandi problemi di crimine organizzato, grandi problemi di reati economico-finanziari, e non è un caso che in testa al volume delle intercettazioni ci siano Palermo, Catania Reggio Calabria e Milano.
Costano troppo le intercettazioni, è vero che costano! Ma perché costano?
Ogni volta che lo Stato acquisisce un tabulato telefonico paga 26 euro alla compagnia telefonica e deve versare al gestore circa 1,6 euro al giorno per un telefono fisso, 2 euro al giorno per un cellulare, 12 al giorno per un satellitare. E qui nessuno guarda all'estero, stranamente, dove quasi tutti gli Stati o pagano a forfait le compagnie telefoniche o addirittura le vincolano a praticare tariffe agevolate nell'ambito del rilascio della concessione pubblica. Io ti do una concessione pubblica, poi quando per un servizio pubblico pretendo, richiedo una prestazione, ve la faccio pagare come in tutti i paesi del mondo ad un prezzo giusto.. da noi non avviene quindi si paga troppo, ultimissima considerazione è che a fronte dei costi ci sono anche dei ritorni. Sempre Ferrarella inchiesta Antonveneta costo dell'indagine 8 milioni di euro, soldi recuperati da risarcimenti versati da 64 indagati per poter patteggiare 340 milioni, alcune decine dei quali messi a bilancio dello Stato per la realizzazione di nuovi asili. Ecco quindi che la realtà è un po' più complessa di come ci si vuol far credere. La realtà poi non può prescindere da questa considerazione di base. Le intercettazioni sono indispensabili, moltissime volte decisive per arrivare alla verità. E verità significa molte volte sicurezza dei cittadini. Parliamo tanto di sicurezza. Va bene! Siamo coerenti! Non parliamone soltanto quando ci occupiamo di certi argomenti, i rom per esempio e non ne parliamo più quando ci occupiamo di intercettazioni. Se sicurezza dev'essere sicurezza sia sempre allo stesso modo. La sospensione dei processi è il risultato di un emendamento introdotto nel decreto Legge sicurezza. Bene, si congelano processi che riguardano sequestri di persona, estorsione, rapina, furti in appartamento, scippi, associazione a delinquere, stupro e violenza sessuale aborto clandestino, bancarotta fraudolenta, sfruttamento prostituzione, frodi fiscali, usura, falsificazione documenti pubblici, corruzione, rivelazione del segreto d'ufficio, reati informatici, vendita di prodotti con marchi contraffatti, detenzione di materiale pedo-pornografico, porto e detenzione d'armi anche clandestino omicidio colposo con violazione delle norme sulla circolazione stradale, calunnia, truffa comunitaria, incendio, traffico di rifiuti, adulterazione di sostanze alimentari, quasi tutte materie che hanno a che fare con la sicurezza dei cittadini. Chi ha subito questi reati e non vede celebrati i processi, che sono sospesi per un anno, come può dirsi tutelato nel suo diritto di avere più sicurezza anche attraverso il riconoscimento delle responsabilità di chi alla sua sicurezza ha attentato e dopo un anno di blocco dei processi ci sarà un ingorgo processuale spaventoso. Nessuno sa quanti processi saranno sospesi: l'Anm calcola che saranno circa 100 mila. Una montagna che quando comincerà a smottare perché tra un anno tutto dovrà rimettersi in cammino l'ingorgo sarà davvero incredibile e i problemi della giustizia invece che essere avviati verso una soluzione saranno altrettanto aggravati. Bill Clinton, ex presidente degli USA l'uomo più potente del mondo, ha avuto 7 procedimenti dai quali 6 è uscito indenne, nella settima rimane impigliato in una vicenda che sta a metà strada tra il pubblico e il privato, ma mai gli è passato per l'anticamera del cervello di prendersela col suo giudice. In tutti i paesi democratici la giurisdizione viene magari criticata ma rispettata! Accettata! Perché è perno e fondamento della Democrazia e della convivenza civile. Se questo avviene soltanto nel nostro paese, ecco un modo per concepire la Democrazia che non può non suscitare qualche perplessità."

Gian Carlo Caselli, procuratore generale di Torino

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lunedì, 30 giugno 2008 - 09:59

Signornò di Marco Travaglio, l'Espresso

Ci mancava giusto monsignor Rino Fisichella, il cappellano della Casta, a invitare la magistratura «a rendere meno acuto il conflitto fra istituzioni e ridurlo con appropriate riforme». Ora, a parte che non spetta ai giudici ridurre i conflitti con appropriate riforme, qui c'è il solito equivoco creato ad arte ogni qual volta - accade da 15 anni - Silvio Berlusconi non vuol farsi processare: l'equivoco del «conflitto fra politica e magistratura». Non c'è alcun conflitto. C'è un processo per un reato gravissimo: corruzione giudiziaria di un testimone, l'avvocato David Mills, che nel 2004 confessò al suo commercialista di aver ricevuto 600 mila dollari da "Mr. B." in cambio di due false testimonianze che lo tennero «fuori da un mare di guai». Certo un'eventuale condanna sarebbe seccante per Mr. B., anche perché fa il capo del governo. Ma doveva pensarci prima di diventarlo. Quando fu rinviato a giudizio, il 30 ottobre 2006, sedeva nei banchi della minoranza. Infatti accusò i giudici di «voler colpire il capo dell'opposizione». Poi cadde Prodi e l'on. avv. Ghedini chiese di rinviare il processo a dopo il voto perché «non sia utilizzato strumentalmente in campagna elettorale». La presidente Nicoletta Gandus, nota bolscevica, lo accordò. Ora le dicono che non può sentenziare nemmeno adesso, perché nel frattempo l'imputato è tornato premier «votato da 17 milioni di italiani» (Sergio Romano, "Corriere della Sera"). Resta da capire quando si possa processare Mr. B. e quante leggi si debbano ancora sfigurare per garantirgli l'impunità. Lo stuolo di badanti che l'assiste in Parlamento, nelle tv e nei giornali (anche un "Financial Times" insolitamente male informato) e lavora al lodo Schifani-2 ripete che anche «negli altri paesi» i premier sarebbero invulnerabili. Balle. Come spiegò nel 2003 l'ex presidente della Consulta Leopoldo Elia, «in nessun paese d'Europa esiste nulla di simile al lodo Schifani. La sospensione dei processi per fatti estranei all'esercizio della carica vale solo per tre capi di Stato: Grecia, Portogallo e Israele. Il premier non ha alcuna protezione da nessuna parte». Il presidente israeliano Moshe Katsav s'è dimesso un anno fa perché accusato di molestie sessuali (ovviamente slegate dalla sua carica). E il premier Ehud Olmert, coinvolto in certi fondi illeciti, presto lo seguirà. Bill Clinton, l'uomo più potente del pianeta, subì tre processi senza fiatare. In Francia una prassi costituzionale ha consentito a Jacques Chirac di rinviare a fine mandato il processo per fondi illeciti al partito: ma era capo dello Stato. Per il resto, in tutto il mondo libero il premier e le altre cariche sono regolarmente processabili durante il mandato. Ma non accade quasi mai, perché chi è imputato non viene candidato; e chi viene imputato una volta eletto, si dimette. All'estero ci pensano prima, noi dopo. Prima il peccato, poi l'indulgenza plenaria. Vero, monsignore?

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lunedì, 30 giugno 2008 - 09:49

Ora d'aria di Marco Travaglio, l'Unità del 27 giugno 2008

In attesa di abrogare il Codice penale per tutti, onde evitare che lo applichino a lui, Al Tappone ha, nell'indifferenza generale, abolito la logica. È la sua unica, vera riforma istituzionale in 30 anni di tv commerciale e in 15 anni di politica. Con buona pace di Aristotele, se A è uguale a B e B è uguale a C, tutto è possibile: anche che A sia diversa da C perchè C è comunista e fa un uso politico dell'alfabeto. Decid